lunedì 21 novembre 2011

Diario

Sto male. Comunque i mali non me li chiamo! Tentativo di auto-assolversi, di essere vittima.
Basta, così sembra, il dirsi che non si ha la volontà di chiamare i mali per sentirsi de-responsabilizzato di fronte ai vari dolori che si manifestano (psicosomatismo).
Ci si abitua a sentire i dolori al punto di scambiarli per le lancette dell’orologio che scandisce il trascorrere della nostra vita. Riesco ad affermare che conosco quel ticchettio, che conosco quella vita, la sola vita che conosco e ri-conosco.
Il tempo appare come un ripetitivo presente e questo “sempre presente” diventa una forma di vita, un modo con il quale è costruito il senso come immagine e identità del soggetto.
Ci si lascia diventare meri spettatori della propria vita accettando di limitarsi a guardarla anche quando si sgretola, come succede al tetto della villa.
Aver cura di sé significa decidere di assumersi il proprio carico personale, per non lasciare che il tempo semplicemente passi senza che nessun filo di senso possa essere disegnato nello spazio seppur breve del proprio accadere.
Mancare di ricerca della propria trascendenza significa rischiare l’ammalarsi dell’anima in forme desertificanti di “esistenze mancate”
“ la scialba indeterminatezza emotiva della completa indifferenza che non tende a nulla e si abbandona a ciò che ogni giorno porta con sé (…) rivela nel modo più penetrante la forza dell’oblio nelle tonalità emotive quotidiane del prendersi cura immediato. Il semplice lasciarsi vivere, il lasciare che le cose ‘vadano’ come vogliono, si fonda in un obliante abbandono di sé all’essere-gettato (…)” Heidegger M. Essere e Tempo, Mondadori, Milano, 2006

“La qualità dei tempi muta completamente la qualità dell’esperienza”
Papi F. Figure del tempo, Mimesis, Milano, 2002



"Vorrei essere forte, vorrei aver le palle!"
Prendere coscienza di se stessi è un atto di lotta, una lotta energetica che ci impegna. La forza è uno dei suoi principali attributi; non la forza bruta, quella dell’aggressività, in cui si rinuncia a se stessi nel tentativo di imitare l’urto della materia (Mounier), ma la forza umana, interiore ed efficace, spirituale anche se non manifesta.

5 ago ‘11:Una volta praticavo lo sport, la pallavolo, ora non faccio nulla. Mi chiedo come ho fatto ad arrivare a questo. Perché, invece, non mi rivolgo quest’ altra domanda:
“Cosa ci faccio in questa situazione? Cosa posso fare per uscire da questa situazione? Come posso fare?”
Oggi, per la prima volta, sono riuscita a ipotizzare che esiste in me una “parte buona”.
Perché non mi scatta quel qualcosa che mi fa vivere? Forse devo individuare quel qualcosa!

26 ago ’11: la rassegnazione a un male che esiste solo in quanto voluto dalla cattiva volontà è il male stesso; o, ancora più semplicemente: rassegnarsi a volere male è già cattiva volontà. La rassegnazione alla cattiva volontà è a sua volta una cattiva volontà, anzi è la cattiva volontà pura e semplice: quella cattiva volontà preventiva che è l’intenzione originaria, che fabbrica le cattive ragioni e con la quale tutto comincia.
Come rassegnarsi a un male inesistente e che comincia a esistere solo per effetto della stessa rassegnazione? Questo è un circolo vizioso della malafede, il sofisma per eccellenza.
Allegando la sua impotenza, non fa che dimostrare la sua malevolenza.
E’ questo il vero “argomento ozioso”, argos logos: serve a giustificare la rassegnazione quietista a uno pseudo - destino che la malintenzionata fabbrica con le sue stesse mani e che sopprime ogni responsabilità sopprimendo i possibili e i futuri contingenti.
Il solo destino veramente inesorabile, di cui qui si possa parlare, è quello che si crea nell’ambito stesso del volere per il solo fatto di aver voluto.

venditori di...

“ Chi vende la novità ha tutto l’interesse a far sparire il modo di misurarla, per esempio indebolendo la coscienza storica a tutto vantaggio dell’eterno presente della comunicazione."

Debord G. La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano, 1997

Ab-negato

Come può aver stima di sé chi non è in grado di parlare in prima persona?
Se parlo in prima persona e il mio dire fa qualcosa, s’impegna in qualcosa, ciò si riflette positivamente sulla stima che ho di me stesso.
L’identità personale è il risultato delle fedeltà che io porto, delle promesse mantenute, scaturisce da ciò che mandato (pro - avanti, mittere - mandaregettato (pro - avanti, iacere - gettare)avanti nel tempo e non disperso e dissipato nell’inconcludenza di un presente che si ripete. ),
L’identità frammentata è, propriamente e nel contempo, una somma d’infedeltà a se stessi, agli altri e il sintomo della mancanza di una direzione biografica.
Nella sua richiesta di amore, si ritrova a pietire amore, si dimentica di sé, delle proprie esigenze effettive e si sbilancia sull’altro, in questo caso sull’altra, in maniera incessante e diuturna, che produce un decentramento. Dove è l’altra ad essere il centro della vita di Paolo, il quale crede di amare e di essere amato, ma si trova miseramente ab-negato, travolge il sé e la propria volontà in nome del bene altrui. Questa forma patologica di altruismo non è la forma autentica dell’amore verso il prossimo, perché si fonda sulla scissione tra il “sé” e “l’altro”. Solo nella comunione tra il “sé” e “l’altro” si forma l’Amore.
Paolo non si rende conto che questo movimento provoca un allontanamento da sé.

frammenti

                      “INDIFFERENTE E’ PER ME DA QUALE PARTE INCOMINCIO;
                                             INFATTI RITORNERO’ LI’ DI NUOVO.”

                                                       PARMENIDE, frammento 5

sabato 19 novembre 2011

Pernottare in un parco è reato

 
La vicenda degli occupanti Zuccotti Park a New York, ci consente una riflessione sulle possibili azioni da intraprendere per fronteggiare i pericoli portati dalla Finanza alla esistenza delle persone.
Una sentenza della Corte Suprema di New York ha disposto che in un parco si possa passeggiare, fermarsi ma non pernottare in tenda. Come si sa, gli americani sono molto attenti alle espressioni che limitano le libertà individuali, quindi a quelle azioni che possono ostacolare l’esercizio di un diritto, quale quello di passeggiare in un parco, impedito dallo stazionamento di tende e persone, di godere delle bellezze offerte dalla natura.
Quando l’esercizio di un diritto è messo in dubbio dall’azione di istituzioni, quali le società finanziarie e bancarie che, con la loro condotta, producono sconquassi, determinano la perdita del lavoro, riducono in povertà una moltitudine di persone o, addirittura, interi stati, si assiste a una sorta di benevolenza di giudizio, di ricerca di giustificazioni.
Pare che le istituzioni bancarie e finanziarie non siano responsabili, salvo Madoff e pochi altri, degli effetti.
Perché queste disparità di trattamento? Non siamo forse di fronte a lesioni delle libertà sancite e riconosciute costituzionalmente?
Le istituzioni (finanziarie e bancarie) mantengono un’aura di sacralità che consente loro una sorta di extra territorialità, tale da garantire la non imputabilità e la non punibilità sostanziale di fronte alla legge, perché le istituzioni sono nel sistema o forse sono il sistema che governa, di fatto, l’esistenza di ognuno di noi.
Possiamo chiedere a un giudice di abbattere un tassello del sistema che la legge ha l’obbligo di mantenere,di rispettare e di far rispettare? Il giudice, nel sentenziare, dichiara fedeltà al proprio gruppo di appartenenza che ha in vista il mantenimento e la sopravvivenza di sé e degli appartenenti all’ingroup.
Nell’esprimere il giudizio, il giudice tradisce comunque il proprio giudizio critico.
Egli si allontana da quel centro che invochiamo come punto di collegamento con il tutto di cui facciamo, dovremmo fare parte e che dovrebbe, questo si, farci sentire uomini tra gli uomini, persone tra le persone.
Nel nome della giustizia formale si apre la strada alla volontà di annientamento (poco importa se non è fisica poiché basta mettere in condizioni di non nuocere all’ingroup) degli oppositori dell’ingroup. I pernottanti sono arrestati, dichiarati colpevoli di non aver permesso che altri potessero godere del parco, ma soprattutto, considerati nemici dell’ ingroup, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Il singolo e l’insieme dei singoli non riesce a difendersi. È il balia dell’azione dell’ingroup.
Meglio colpire, inviando messaggi minatori agli eventuali trasgressori, coloro che, occupando un parco, non permettono l’esercizio del diritto di passeggiare, dimenticando che essi protestano e segnalano, attraverso la loro protesta, i pericoli che si stanno correndo.
Si dirà che le istanze vanno promosse e permesse all’interno di organismi deputati a questo (rappresentanti eletti dagli elettori), ma se si assiste a uno scollamento tra elettori ed eletti, a una rottura del patto fiduciario che lega, dovrebbe legare, i cittadini ai rappresentanti, non tanto e interamente responsabili dello scempio a cui si assiste, alla mancanza di contromisure per arginare la situazione, ma soprattutto perché formulano proposte che consentono si mantenere e alimentare posizioni di rendita e privilegi a difesa di se stessi e del gruppo.
In nome di quale principio va rispettata una sentenza che stabilisce che siano i più forti, i più potenti a perpetrare azioni perniciose per la maggioranza delle persone, ricavandone profitti per se stessi e scaricando gli oneri sulla collettività?
L’aura di sacralità che avvolge le istituzioni, non solo finanziarie, produce nelle persone un atteggiamento reverenziale verso le stesse, un misto di ammirata attenzione e complice arrendevolezza.
Le istituzioni, ingroup, dominano, gestiscono le impressioni, hanno il controllo dei mezzi di comunicazione, esercitano una vigilanza a livello non verbale, creano illusioni di universalità.
Perpetuano gli stereotipi e la struttura sociale per mantenere lo status dell’ingroup.
Biasimano le “vittime” delle loro azioni, poiché “se vengono arrestati, devono pur aver fatto qualcosa”.
Le vittime rappresentano l’outgroup, vanno confinate, separate, i contatti con i membri dell’ingroup ridotti o, meglio, eliminati, salvo per quei contatti “verticali” autorità - giudicato.
Un vantaggio di cui godono i membri dell’outgroup risiede nella credenza che “loro siano tutti uguali”, ovvero che i membri dell’ingroup tendono a percepire i membri dell’outgroup come più omogenei di quanto sia in realtà e più di quanto lo siano i membri dell’ingroup.
Su questo “vantaggio” dovrebbe riposizionarsi la strategia di risposta alle azioni dell’ingroup, evitando di cadere nelle trappole che vengono tese loro, di ripetere slogans triti e sterili.