sabato 19 novembre 2011

Pernottare in un parco è reato

 
La vicenda degli occupanti Zuccotti Park a New York, ci consente una riflessione sulle possibili azioni da intraprendere per fronteggiare i pericoli portati dalla Finanza alla esistenza delle persone.
Una sentenza della Corte Suprema di New York ha disposto che in un parco si possa passeggiare, fermarsi ma non pernottare in tenda. Come si sa, gli americani sono molto attenti alle espressioni che limitano le libertà individuali, quindi a quelle azioni che possono ostacolare l’esercizio di un diritto, quale quello di passeggiare in un parco, impedito dallo stazionamento di tende e persone, di godere delle bellezze offerte dalla natura.
Quando l’esercizio di un diritto è messo in dubbio dall’azione di istituzioni, quali le società finanziarie e bancarie che, con la loro condotta, producono sconquassi, determinano la perdita del lavoro, riducono in povertà una moltitudine di persone o, addirittura, interi stati, si assiste a una sorta di benevolenza di giudizio, di ricerca di giustificazioni.
Pare che le istituzioni bancarie e finanziarie non siano responsabili, salvo Madoff e pochi altri, degli effetti.
Perché queste disparità di trattamento? Non siamo forse di fronte a lesioni delle libertà sancite e riconosciute costituzionalmente?
Le istituzioni (finanziarie e bancarie) mantengono un’aura di sacralità che consente loro una sorta di extra territorialità, tale da garantire la non imputabilità e la non punibilità sostanziale di fronte alla legge, perché le istituzioni sono nel sistema o forse sono il sistema che governa, di fatto, l’esistenza di ognuno di noi.
Possiamo chiedere a un giudice di abbattere un tassello del sistema che la legge ha l’obbligo di mantenere,di rispettare e di far rispettare? Il giudice, nel sentenziare, dichiara fedeltà al proprio gruppo di appartenenza che ha in vista il mantenimento e la sopravvivenza di sé e degli appartenenti all’ingroup.
Nell’esprimere il giudizio, il giudice tradisce comunque il proprio giudizio critico.
Egli si allontana da quel centro che invochiamo come punto di collegamento con il tutto di cui facciamo, dovremmo fare parte e che dovrebbe, questo si, farci sentire uomini tra gli uomini, persone tra le persone.
Nel nome della giustizia formale si apre la strada alla volontà di annientamento (poco importa se non è fisica poiché basta mettere in condizioni di non nuocere all’ingroup) degli oppositori dell’ingroup. I pernottanti sono arrestati, dichiarati colpevoli di non aver permesso che altri potessero godere del parco, ma soprattutto, considerati nemici dell’ ingroup, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Il singolo e l’insieme dei singoli non riesce a difendersi. È il balia dell’azione dell’ingroup.
Meglio colpire, inviando messaggi minatori agli eventuali trasgressori, coloro che, occupando un parco, non permettono l’esercizio del diritto di passeggiare, dimenticando che essi protestano e segnalano, attraverso la loro protesta, i pericoli che si stanno correndo.
Si dirà che le istanze vanno promosse e permesse all’interno di organismi deputati a questo (rappresentanti eletti dagli elettori), ma se si assiste a uno scollamento tra elettori ed eletti, a una rottura del patto fiduciario che lega, dovrebbe legare, i cittadini ai rappresentanti, non tanto e interamente responsabili dello scempio a cui si assiste, alla mancanza di contromisure per arginare la situazione, ma soprattutto perché formulano proposte che consentono si mantenere e alimentare posizioni di rendita e privilegi a difesa di se stessi e del gruppo.
In nome di quale principio va rispettata una sentenza che stabilisce che siano i più forti, i più potenti a perpetrare azioni perniciose per la maggioranza delle persone, ricavandone profitti per se stessi e scaricando gli oneri sulla collettività?
L’aura di sacralità che avvolge le istituzioni, non solo finanziarie, produce nelle persone un atteggiamento reverenziale verso le stesse, un misto di ammirata attenzione e complice arrendevolezza.
Le istituzioni, ingroup, dominano, gestiscono le impressioni, hanno il controllo dei mezzi di comunicazione, esercitano una vigilanza a livello non verbale, creano illusioni di universalità.
Perpetuano gli stereotipi e la struttura sociale per mantenere lo status dell’ingroup.
Biasimano le “vittime” delle loro azioni, poiché “se vengono arrestati, devono pur aver fatto qualcosa”.
Le vittime rappresentano l’outgroup, vanno confinate, separate, i contatti con i membri dell’ingroup ridotti o, meglio, eliminati, salvo per quei contatti “verticali” autorità - giudicato.
Un vantaggio di cui godono i membri dell’outgroup risiede nella credenza che “loro siano tutti uguali”, ovvero che i membri dell’ingroup tendono a percepire i membri dell’outgroup come più omogenei di quanto sia in realtà e più di quanto lo siano i membri dell’ingroup.
Su questo “vantaggio” dovrebbe riposizionarsi la strategia di risposta alle azioni dell’ingroup, evitando di cadere nelle trappole che vengono tese loro, di ripetere slogans triti e sterili.
 
 
 

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